Le cose di Don Bosco

E se le cose di Don Bosco potessero parlare?
Chissà quante avrebbero da raccontarcene sulla sua vita...
 

 
Asino
Sono forte e resistente. Ho imparato a non mostrarmi troppo caparbio o cocciuto. Non sono mica un mulo. Anche perché in caso contrario mi riempiono di botte. Il mio pelo grigio è il riflesso della mia vita triste.
 
Quando ero solo un puledrino fui comprato dall’amministratore della “Generala”, il carcere per giovani delinquenti di Torino. Servo a trasportare gli arnesi più pesanti che i carcerati devono usare durante i lavori forzati. Quando le guardie li prendono a bastonate, questi giovani orribili si rifanno su di me, a calci e pugni, come se anch’io fossi un carceriere. Sono tristi, cattivi, sporchi e puzzolenti.
 
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Carrozza Ottocento

Sono una carrozza a noleggio. Tanto tempo fa, abitavo in una rimessa di Corso Casale a Torino, Stavo in mezzo a tante altre carrozze, in attesa che qualcuno avesse bisogno delle mie prestazioni.
 
Un giorno, arrivarono due preti dall’Arcivescovado. Contrattarono rapidamente con il mio padrone e mi affittarono per la giornata. I cavalli trottavano lentamente. Percorremmo le lunghe strade fiancheggiate dai portici. Durante il viaggio, i miei due clienti parlavano con compassione di un giovane prete che era diventato matto: vagabondava per le strade con i ragazzacci e i giovani perditempo della città, li raccoglieva nelle strade, giocava con loro... Bisognava assolutamente chiuderlo in manicomio per il buon nome del clero.
 
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Pero piccolo

Il vento fresco delle Alpi mi ha aiutato a crescere. Le mie radici sono profonde e robuste, come i miei rami che hanno sopportato le furie dei temporali e mi hanno nutrito in primavera, si sono coperti di fiori e hanno regalato il miracolo dell’autunno: i miei frutti tardivi, piccoli e succosi.
 
Ricordo una primavera ai Becchi, come gli altri peri miei colleghi mi stavo vestendo in ghingheri con un fantastico merletto di fiori bianchi e rosa, quando arrivò quel ragazzino. Aveva un bel passo elastico e due occhi furbi sotto un gran cespuglio di ricci neri. Osservò ben bene il mio tronco (non nascondo di aver avuto un brivido: i monelli a volte fanno cose orribili agli alberi) e mi accarezzò. Studiò il mio ramo più robusto. Era piuttosto in alto per lui, ma si arrampicò svelto come un gatto e gli legò intorno una robusta fune di canapa.  
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Abito talare

Sono nata in una stanza piena di rocchetti di filo nero, aghi, forbici e ditali nella sartoria del maestro Andrea Fanelli di Chieri, fornitore ufficiale dei seminaristi. Capii subito che ero destinata ad una alta dignità e che il mio colore scuro, così elegante, significava la rinuncia al mondo e ai suoi piaceri. 
 
Sarei stata la barriera che difende e separa il sacerdote dal resto della gente. Una fortezza del decoro e dell’onorabilità, la magica cornice in cui avrei trascorso tutta la vita. 
Sarei stata sempre circondata da gente seria, ricca di preghiere e opere buone, ordinata come la lunga fila dei miei bottoni. Un’orgogliosa soddisfazione tendeva le mie cuciture. Tutto questo pregustavo, quando rivestii quel giovane seminarista che si chiamava Giovanni Bosco. Mi indossò con grande rispetto e venerazione. 
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Bacchetta magica
Sono una bacchetta da giocoliere e abito in un sacchetto di tela verde. Anche se ho il cuore di legno, osservo la vita con occhi d’artista. Io e il mio padrone siamo giocolieri professionisti.
 
Il mio padrone è un uomo abile, smilzo e indurito dalla vita. Non ce la passiamo troppo bene. Campiamo grazie agli spettacoli e alle sfide che organizziamo per i poveracci dei paesi in cui vagabondiamo. La giornata finisce sempre all’osteria, per festeggiare e mitigare la noia di passare di piazza in piazza ripetendo sempre la stessa commedia.
 
 
 
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Orologio da taschino

Tic, tac, tic, tac, tac... non lo saprò mai se ho usato la mia vita per segnare il tempo con la precisione di un orologio svizzero o se i miei ingranaggi hanno solo scandito il battito del cuore di questo giovane prete.
 
L’ho conosciuto il giorno della sua ordinazione. Sono stato il regalo più prezioso. Ero un magnifico orologio da tasca di quel tempo: buona cassa d’acciaio e robusta catena. Quello stesso giorno, mi ha messo nella tasca interna della sua tonaca, appena sopra il cuore.
 
Così ho vissuto tutte le sue ore e tutta la sua vita.
 
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